APPUNTI CONTRO

Qualcuno dice no!

Valdagno verso la rivolta: l'inizio della vertenza

0
0
0
s2smodern

Precedenti
Tutto cominciò dalla navetta
Il cottimo e i licenziamenti e alle tre si diceva il rosario 
Nuda per satana. I magnaparticole e il 68 
La rivoluzione femminile: quando le operaie violentarono un sindacalista

Nel gennaio 67 l'azienda presenta alle Organizzazioni sindacali un piano di brutale sfruttamento il cui punto centrale è "La massima saturazione del macchinario e della forza lavoro". Il piano prevedeva l'avvio "in tutti reparti, a mezzo di un servizio appositamente preparato dalla società [...],una generale operazione di misura della saturazione, delle efficienze della utilizzazione degli impianti e di ritrovamento dei metodi di lavoro ottimali per i singoli accoppiamenti macchina/articolo".         
CISL e UIL accettano il piano prevedendo di strappare concessioni salariali.       
Dopo pochi mesi rigettano tuttavia il piano avendo riscontrato              
• il maggior carico di lavoro che l'aumento dei macchinari assegnati per addetto implicava;         
• l'eccessiva saturazione dei tempi;              
• l'inaccettabile esubero di personale che così si sarebbe determinato.             
Mentre si apriva una logorante trattativa la Direzione decise di applicare comunque il piano in alcuni reparti pilota (es. ritorcitura) con l’aumento delle macchine da 5 a 8 per addetto e la riduzione del personale di scorta da 7 a 4, ciò comportò un esubero di personale che venne sospeso a zero ore.

La risposta sindacale all’azione unilaterale dell’azienda fu immediata con una piattaforma che chiedeva
• il blocco di nuove sospensioni, ed il rientro dei lavoratori già sospesi;             
• l'esame preventivo e concordato delle "saturazioni" di organico;      
• l'immediato aumento delle tariffe di cottimo, stante un lamentato (e ritenuto già eccessivo) carico di lavoro.
A sostegno della richiesta, tra il 20 e il 24 ottobre 1967 vennero attuate 24 ore di sciopero seguite da altre 48 ore di sciopero entro il 3 novembre.           
La risposta dell’azienda fu una pregiudiziale che chiedeve, per discutere, l’accettazione dei principi di saturazione delle macchine e delle persone. La richiesta della Marzotto provocò l'abbandono del tavolo di discussione da parte della -CGIL. La CISL e la UIL, che invece decisero di accettare la pregiudiziale, rimasero a trattare, concludendo - l'8 novembre - un "accordo separato".   
E’ qui il caso di fare una riflessione di tipo organizzativo: una azienda non deve mai puntare alla saturazione totale delle macchine e impianti. La saturazione è possibile per brevi periodi, ma le rotture, la manutenzione comportano che un 10-12% delle capacità produttive resti inutilizzato. Oltre a ciò ogni azienda deve garantirsi una “riserva” nei casi di improvvisi aumenti della domanda di mercato. Nel tessile, data anche  la variabilità stagionale, questa flessibilità è più che mai necessaria.               
Puntare alla massima saturazione delle macchine e impianti significava ammettere che vi era una capacità di mercato non soddisfatta; cosa che era in parte vera, ma che veniva mascherata dalle giustificazioni sulla crisi che venivano imputate al mercato stagnante.              
Qui si evidenzia un problema che periodicamente viene posto: ad una possibile espansione della quota di mercato non si risponde con investimenti e aumento della capacità produttiva, ma con il sudore dei lavoratori. Le organizzazioni sindacali, perfino i moderati della, CISL ebbero subito chiare queste contraddizioni e ruppero le trattative, la stupidità politica e lo scialo delle risorse negli anni precedenti avevano invece posto l’azienda e il Marzotto in un vicolo cieco.

L’accordo separato                        

I punti fondamentali erano:             
a) blocco dei licenziamenti;             
b) scelta dei lavoratori da sospendere a zero ore effettuata dall'azienda tenendo conto delle possibilità di reimpiego diretto ed indiretto, e sulla base di valutazioni dell'efficienza sul lavoro dimostrata dal dipendente durante il periodo trascorso in azienda;            
c) iniziative comuni tese a sollecitare l'approvazione parlamentare della c.d. "Legge tessile", il cui iter era da tempo bloccato, al fine di garantire postidi lavoro alternativi nelle aree in crisi;
d) riconoscimento di L. 15.000 di integrazione mensile (per non più di 5 mesi) per i lavoratori sospesi, cui si aggiungevano L. 3.000 per ogni familiare a carico;              
e) riesame, entro quattro mesi dalla ristrutturazione, dei carichi di lavoro, degli organici e delle formule remunerative.       
Il punto b) era particolarmente grave perché il cottimo diventava non una forma di incentivo, ma di selezione per il licenziamento

 

L’opposizione della CGIL

La CGIL contesto’ il fatto che l’accordo autorizzava l'azienda ad espellere, senza alcuna garanzia di reimpiego, centinaia di lavoratori e le consentiva inoltre di scegliere a suo arbitrio chi sospendere.

Percio’ la CGIL rilanciava la richiesta di una contrattazione preventiva dei carichi, nonche’ la costituzione di idonei "comitati tecnici paritetici" che verificassero l'andamento della ristrutturazione.
Coperta dall’accordo separato", l'azienda procedette nel suo programma, avviando già nell'ultimo scorcio di novembre le sospensioni.

Esse interessarono l’apparecchiatura, la ripettinatura e la preparazione pettinato: i primi reparti ad essere investiti dell’innovazione organizzativa.

Alla situazione già grave l'azienda aggiungeva, a fine anno, lo sfregio di restituire le ore di sciopero trattenuto dalla gratifica natalizia - su richiesta CISL e UIL - ai soli loro iscritti. Questa improvvida decisione dava un sapore tutto particolare all'"accordo separato", anche perché nel gennaio 1968 l'azienda rinnovò il diniego alla costituzione dei "comitati tecnici paritetici" richiesti dalla CGIL

In difficoltà per le pressioni dei propri iscritti, sempre piu’ insoddisfatti dell'andamento della ristrutturazione ed in particolare del nuovo sistema di cottimo che vedeva la maggior parte degli operai interessati dalla sperimentazione non raggiungere gli standard fissati, CISL e UIL divennero piu’ caute nel difendere il nuovo sistema.             
Esso stava causando una perdita media di 6/8 mila lire al mese secondo alcune fonti, da 7 a 15 mila secondo altre, il che equivaleva ad una diminuzione di circa il 10% del salario di fatto. Ma soprattutto costringeva i lavoratori allo stremo psico fisico.   
I due sindacati tentarono di accelerare la verifica dell'accordo con l'azienda, puntando piu’ che su una revisione del piano di ristrutturazione (che invece chiedeva la CGIL) su un aumento dei cottimi .

Nel marzo-aprile 1968, dopo vari incontri infruttuosi con la Direzione mirati a rivedere cottimi e carichi di lavoro, la CISL e la UIL furono costrette loro malgrado a prendere atto dell'"atteggiamento sostanzialmente negativo" della Marzotto.                
Premute dalla base, esse proclamarono lo stato di agitazione, alla fine allineandosi sulle posizioni della CGIL, e denunciarono in un volantino i cali di occupazione, la maggior saturazione, il minor cottimo

La questione dell’occupazione, della democrazia in fabbrica, della salute e dei diritti dei lavoratori non erano una questione delegata dalla poltica alle organizzazioni sindacali.

Fin dal novembre 1967 il PCI aveva iniziato una azione che denunciava la caduta occupazionale conseguente alla ristrutturazione.

Su tale temi porto’ tutte le altre forze politiche a schierarsi e a farne un argomento della campagna elettorale della primavera del 68.

La drammaticità delle condizioni di fabbrica che emergeva dai racconti degli operai portò il PCI, nel febbraio 68, ad una iniziativa clamorosa: la disstribuzione di un questionario all’ingresso della fabbrica sulle condizioni di lavoro da raccogliere all’uscita dei turni.

Il questinario ebbe una adesione enorme: quasi 1500 furono le risposte, ma ancor di piu’ furono le condizioni di lavoro che emersero dai dati raccolti.

Alcune risposte:

Il 78% dichiarò che le sue condizioni di salute erano peggiorate

Il 72% che soffriva di esaurimento nervoso

Il 63% che aveva stati ansiosi

Il 57% che era costretto ad assenze per malattia

Il 6% delle donne dichiaro’ di aver avuto un aborto a causa del lavoro

Il 96% dichiarò che erano aumentati i ritmi di lavoro

Il 73% aveva avuto un aumento dei macchinari assegnati

Il 92% dichiarava aumentata la sua produttività

L’82% dichiarava che nel suo reparto era diminuita l’occupazione e il 63% che ciò era dovuto all’aumento dei ritmi

Il 98% dichiarava che il cottimo non aveva seguito l’aumento di produttività

Il 65% dichiarava intollerabile l’ambiente di lavoro

I capi venivano definiti “parassiti ignoranti” o “cani feroci” che “insultavano  invalidi e vecchi”

La sintesi fu nella famosa frase:

“in fabrica se s-cipa, i te fa morire

L’azione del PCI aveva evidenziato, oltre all’intollerabilità della situazione, il fatto che gli operai rifiutavano l’accordo sulla ristrutturazione e i cottimi firmato separatamente da CISL e UIL.

Si rilanciò a questo punto l'iniziativa unitaria delle forze sindacali, con una serie di scioperi che caratterizzarono tutto il mese di marzo e buona parte di quello di aprile, coinvolgendo dal 26 marzo anche le Confezioni del Maglio.
Si trattò di circa 130 ore a marzo e di 15 ore ad aprile (fino al giorno 10) Il 19 aprile, la data che rimase poi a simbolo della lunga vertenza, era invece indetto uno sciopero generale di 24 ore di entrambi gli stabilimenti, e quindi di tutti i reparti

Precedenti

Tutto cominciò dalla navetta
Il cottimo e i licenziamenti e alle tre si diceva il rosario 
Nuda per satana. I magnaparticole e il 68 
La rivoluzione femminile: quando le operaie violentarono un sindacalista

0
0
0
s2smodern