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Valdagno verso la rivolta: i Bidò

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Riportiamo dalla pubblicazione del Centro Studi Luccini aulche testimonianza
Com’era la vita in fabbrica per gli operai valdagnesi sul finire degli anni Sessanta? Espedito Floriani ce la racconta così:

"Sai cosa sono i Bidò5 ? Una volta c’erano i Bidò per i cottimi. Era una cosa impressionante dentro la fabbrica. Il marcatempi – con il cronometro in mano – contava quanto ci mettevi a togliere la bobina e quanto a metterla su. Con il cottimo, chi lavora di più guadagna di più, chi lavora meno guadagna di meno. Beh, forse c’erano anche dei fannulloni che era anche giusto controllare, ma il Bidò colpiva tutti. Ti veniva assegnata una macchina e un certo quantitativo di produzione minima. Il marcatempi ti seguiva con il cronometro e quando andavi al gabinetto lo fermava, ti seguiva e controllava quanto rimanevi dentro. Controllavano i problemi fisici che avevi, perché magari c’era quello che andava in bagno tre volte in una notte, perché aveva diarrea e veniva segnalato. Sostenevano che in fabbrica si viene per lavorare e non per andare al cesso. Se non stavi bene, dovevi startene a casa in malattia.

Con queste pressioni; c’era quello che faceva un quintale di più [di prodotto, n.d.A.] e allora tu venivi convocato perché non riuscivi a produrre altrettanto. Era una continua guerra interna tra noi ed allora cercavamo di convincere i nostri compagni a non esagerare, per non mettere in difficoltà gli altri. […] Io ero stagnino e facevo pettini. Io dovevo stagnare 200 pezzi al giorno. I cottimi erano fatti così, il marcatempi controllava mentre stagnavo il pettine e lo mettevo sulla mola da smeriglio, perché i pettini dovevano essere tutti belli lisci altrimenti la lana avrebbe fatto dei nodi. Io lavoravo, ma cercavo anche di controllarmi un po’. Qualche pezzo, d’accordo con le donne, lo nascondevamo, lo mettevamo da parte per quel giorno che non ti sentivi in forma e non ce la facevi ad arrivare alle sei con un certo cottimo. E allora tiravi fuori quei pezzi che avevi prodotto in più.

Un giorno qualcuno ha fatto la spia ed hanno scoperto la produzione che avevamo nascosto, l’hanno portata giù in portineria. Ci hanno convocato, c’erano le guardie e il “maggiore” 6 . Io ho chiamato i sindacati perché fossero anche loro presenti alla discussione. Ci chiedono la ragione di quei pezzi nascosti. Rispondemmo che tutti noi lo facevamo, a volte, per raggiungere i minimi di cottimo. Eravamo in certo qual modo obbligati a ricorrere a quel sistema e lo ritenevamo legittimo. In fin dei conti non avevamo rubato nulla, non ce li eravamo certo portati a casa. Ci fu contestato che era un comportamento inaccettabile e che in fabbrica si veniva per lavorare e il giorno che non eravamo in grado dovevamo restare a casa in malattia. Eravamo così finiti tutti nella lista dei licenziati, anche le donne, per complicità. In quell’occasione il sindacato minacciò di far ricorso contro la decisione per mancanza di giusta causa. Questo ci salvò dal licenziamento. Il “maggiore” era il capo delle guardie. Lo chiamavamo così perché era un maggiore dell’esercito fascista in pensione

Le guardie facevano rapporto a lui e, dopo qualche giorno, ti faceva chiamare in portineria. Lì dovevi stare in silenzio e lui ti infliggeva le punizioni: multe, sospensioni o licenziamento, a seconda della infrazione commessa contro l’inflessibile disciplina. […] Erano queste cose che non si sopportavano, e poi il lavoro bestiale, i capi sempre addosso, essere messi l’uno contro l’altro. Sto’ Bidò che ti controllava con l’orologio quando andavi al gabinetto e quante volte ci andavi. Le paghe erano basse, Marzotto non voleva saperne di aumentarle e c’erano contratti locali, magari a Biella prendevano tanto e qui si guadagnava sempre meno. Quel Giannino lì, ostia [con tono spregiativo, n.d.A.], era una cosa impressionante! […] La gente era proprio esasperata, si eleggeva la commissione interna e non ti lasciavano fare assemblee... niente di niente! Il sindacato non poteva entrare, e la commissione interna, quando veniva convocata in direzione, doveva stare in silenzio e sottomessa perché erano loro a comandare"

Secondo l’azienda, la razionalizzazione dell’attività di ogni lavoratore avrebbe consentito un significativo aumento di produttività e l’assegnazione di un numero più elevato di macchinari a ciascun addetto. La ristrutturazione avrebbe permesso inoltre di stabilire nuovi standard di cottimo che, una volta a regime, avrebbero addirittura favorito maggiori guadagni. Il concetto che l’azienda intendeva far passare era che i dati raccolti dai cronotecnici erano oggettivi, “scientifici” e perciò non potevano essere oggetto di contrattazione fra le parti, al massimo ci potevano essere degli errori di rilevazione che sarebbero stati rivisti. Se già si ammetteva la possibilità che i cronotecnici sbagliassero, era difficile considerare oggettivi i dati rilevati, ma oltre a ciò gli standard venivano stabiliti sulla base di rilevazioni effettuate in condizioni ottimali e minimizzando le necessità fisiche di recupero e il grado di resistenza del lavoratore a mantenere un determinato ritmo per un certo lasso di tempo12. Gli standard così definiti potevano poi variare, qualora successive rilevazioni stabilissero un nuovo livello di produttività, rendendo sempre più incerto e difficile il raggiungimento dei minimi di cottimo.

 

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In mattinata i lavoratori partecipano in massa ad uno sciopero e ad una manifestazione indetti dalla sola CGIL. Durante la manifestazione il sindacalista della CISL Centomo che si era speso per farla fallire è salvato dall’ira degli operai che vorrebbero picchiarlo.
Fin dal primo mattino la situazione degenera perché i carabinieri, schierati a difesa della fabbrica, aggrediscono le donne sedute sulla scalinata  a fare picchetto. Qualcuna lavorava  anche a maglia ed erano sedute dando le spalle alla portineria
Improvvisamente i carabinieri si sfilano il cinturone delle manette, aggrediscono alle spalle  le donne e cominciano a picchiarle pesantemente . Alcune donne vengono portate via sanguinanti in ambulanza
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